22 Giugno 2026 - 

Dal massiccio esodo iniziato nell'agosto del 2017, la crisi umanitaria dei Rohingya rimane una delle più gravi, complesse e dimenticate del nostro tempo. Centinaia di migliaia di persone continuano a vivere sospese in una condizione di emergenza perenne, confinate in campi profughi sovraffollati e private dei diritti umani più basilari. Ma chi sono i Rohingya? Perché sono fuggiti dal Myanmar e perché, ancora oggi, il loro è considerato un caso unico nel panorama del diritto internazionale?

Chi sono i Rohingya e la loro storia

I Rohingya sono una minoranza etnica, di religione prevalentemente musulmana sunnita e con una propria lingua (il rohingya), originaria dello Stato del Rakhine, nella zona nord-occidentale del Myanmar (l'ex Birmania).

Nonostante la loro presenza in quel territorio sia documentata da secoli, il governo birmano – un Paese a stragrande maggioranza buddista – non li ha mai riconosciuti come uno dei 135 gruppi etnici ufficiali della nazione. Al contrario, la narrazione politica e istituzionale li ha progressivamente etichettati come "immigrati illegali" provenienti dal vicino Bangladesh, innescando un processo di marginalizzazione sistematica e di negazione dei diritti fondamentali.

Fin dagli anni ’70, i Rohingya subiscono repressioni e violenze, com’è successo e succede a molte delle minoranze religiose e linguistiche. Per rendere l’idea della condizione in cui vivono, basti dire che i Rohingya:

  • Non hanno accesso agli stessi servizi dei cittadini buddhisti;
  • Non possono lasciare, senza permesso, i loro insediamenti del Rakhine;
  • Non possono possedere terreni.

Molti di loro, in sostanza, vivono in condizione di povertà estrema.

Perché I Rohingya sono perseguitati

Le persecuzioni contro i Rohingya non sono figlie di un'emergenza improvvisa, ma il risultato di decenni di discriminazione istituzionalizzata, segregazione e violenza di Stato.

Il punto di rottura legale è avvenuto con la promulgazione della Legge sulla Cittadinanza del 1982 in Myanmar. Da quel momento, ai Rohingya è stata sistematicamente negata la cittadinanza, privandoli di ogni diritto civile e politico. In Myanmar non potevano votare, viaggiare liberamente senza permessi speciali, accedere all'istruzione superiore, lavorare negli uffici pubblici o persino sposarsi senza l'autorizzazione delle autorità.

La situazione è precipitata drammaticamente nell'agosto del 2017. In quell’estate, l’ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) ha attaccato diverse stazioni di polizia. Come risposta l’esercito birmano ha scatenato quella che le Nazioni Unite hanno definito una vera e propria "pulizia etnica", una brutale e sistematica campagna militare, fatta di rastrellamenti e violenza. Interi villaggi sono stati rasi al suolo, si sono registrati omicidi di massa e un uso diffuso della violenza sessuale come arma di terrore, costringendo centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire disperatamente oltre il confine e cercare rifugio in Bangladesh.

Perché sono un caso particolare: il dramma degli apolidi Rohingya

Se nel mondo esistono milioni di rifugiati, la situazione dei Rohingya presenta un'aggravante che li rende un caso tristemente unico a livello globale: sono la più grande popolazione apolide del mondo.

Essere apolidi significa, dal punto di vista legale, non esistere. I Rohingya non possiedono passaporti, documenti di identità o certificati di nascita validi riconosciuti da alcuno Stato. Questa assenza di status legale li rende un "popolo fantasma", privandoli della protezione che normalmente un governo dovrebbe garantire ai propri cittadini. Senza uno Stato a cui fare riferimento, le loro vite sono costantemente esposte a rischi estremi: sfruttamento lavorativo, tratta di esseri umani, arresti arbitrari e l'impossibilità totale di rivendicare i propri diritti in un tribunale.

Dove vivono e quanti rifugiati Rohingya sono ancora in Bangladesh

Fuggendo dalle persecuzioni in Myanmar, la quasi totalità dei Rohingya ha cercato salvezza attraversando il confine occidentale, riversandosi in Bangladesh.

  • La maggior parte di loro è composta da donne e bambini;
  • Una donna su dieci era incinta o stava allattando al seno un neonato;
  • Donne e ragazze hanno subito violenza sessuale e altri abusi;
  • Intere famiglie, dopo aver perso tutto, vivono in condizioni disumane nei campi profughi.

Oggi, si stima che oltre 1,2 milioni di rifugiati Rohingya vivano nel distretto di Cox's Bazar (nella regione di Ukhiya e Teknaf), rendendo quest'area il campo profughi più grande e densamente popolato del pianeta (il mega-campo di Kutupalong-Balukhali). Un'altra parte è stata ricollocata dal governo bengalese sull'isola remota di Bhasan Char.

Le condizioni di vita nei campi sono ai limiti della sopportazione umana. Le famiglie vivono ammassate in rifugi temporanei fatti di bambù e teloni di plastica, strutture estremamente vulnerabili. La zona di Cox's Bazar è infatti fortemente colpita da shock climatici: ogni anno, durante la stagione dei monsoni, piogge torrenziali e cicloni spazzano via i rifugi, provocando frane e inondazioni che distruggono le poche infrastrutture sanitarie esistenti e favoriscono la diffusione di malattie legate all'acqua, come il colera.

Rispondere a questa infinita emergenza

In uno scenario dove oltre la metà della popolazione rifugiata è composta da bambini e donne, la risposta umanitaria deve essere mirata e costante. Noi di ActionAid, supportati da migliaia di donatori, operiamo in prima linea nei campi di Cox's Bazar sin dai primi giorni dell'emergenza, concentrandoci sulla protezione delle fasce più vulnerabili.

Ecco le azioni concrete che portiamo avanti ogni giorno:

  • Creazione di Spazi Sicuri (Safe Spaces): Oltre il 75% dei rifugiati è costituito da donne e bambini, soggetti ad altissimo rischio di violenza di genere, abusi e matrimoni precoci. ActionAid ha creato decine di "Spazi Sicuri" e centri anti-violenza gestiti da donne per le donne, dove viene offerto supporto psicologico per superare i traumi, cure mediche, assistenza legale e spazi per la socialità.
  • Distribuzione di beni di prima necessità e kit igienici: Forniamo regolarmente acqua pulita, cibo, kit per l'igiene mestruale e materiali per rinforzare i rifugi prima dell'arrivo della stagione dei monsoni.
  • Empowerment e resilienza comunitaria: L'emergenza non può essere affrontata solo con l'assistenzialismo. Formiamo comitati di rifugiati (con una forte leadership femminile) per la gestione delle emergenze climatiche nei campi, creando sistemi di allerta precoce per cicloni e frane.
  • Advocacy internazionale: Continuiamo a fare pressione sui governi e sulla comunità internazionale affinché la crisi dei Rohingya non venga dimenticata, chiedendo giustizia per i crimini subiti e lavorando per il ripristino dei loro diritti fondamentali e della cittadinanza.

Questa emergenza è tutt'altro che finita. L'assenza di prospettive a breve termine per un ritorno sicuro in Myanmar rende la sopravvivenza dei Rohingya dipendente unicamente dagli aiuti internazionali. Sostenere ActionAid significa garantire che una bambina apolide non venga privata anche del suo diritto a un pasto caldo, a cure mediche e a un rifugio sicuro.

Con la tua donazione puoi garantire protezione, istruzione e nuove opportunità a bambini, donne e uomini rifugiati.