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L’incontro con il bambino è il momento più bello e toccante dell’adozione a distanza. Un momento che è impossibile da descrivere a parole. Quindi preferiamo che siano queste quattro persone a raccontare le loro esperienze. E a farti sapere cosa significa davvero adottare un bambino a distanza.

Queste quattro storie, messe insieme, formano un unico racconto: quello di un viaggio in Ruanda e di ventitré persone che, al ritorno in Italia, si sono scoperte amiche.

 

Sandro (64 anni)

Ho trovato cose nuove, non tanto negli altri, ma in me stesso. Ho scoperto cose che pensavo di non avere, come l’umiltà: vedere questi bambini e ragazzi, scendere al loro livello e lavorare con loro, per portare avanti il progetto della scuola. Scoprire che una delle cose più belle è cercare di fare del bene alle altre persone, perché siamo tutti proiettati nel futuro, ad avere “il top” rispetto agli altri, a dire “io sono più bravo”; mentre abbiamo visto bambini che si divertono con una bottiglia d’acqua. Vuota, tra l’altro.

 

Maria Giulia (19 anni)

Cercavo risposte sul mio futuro e in questo viaggio le ho trovate. Tutto è stato inaspettato, tutta una sorpresa, niente è stato ordinario, tutto ha superato la normalità, in senso positivo. Mi mancherà dare la mano alle persone per strada, ricevere doni senza un motivo, l’affetto di tutti quelli incontrati. Consiglio un viaggio così perché ti segna profondamente, soprattutto se si sente la necessità di cambiare rotta o prospettiva, allora sì, è la scelta perfetta.

 

Savino (74 anni)

La cosa che avevo previsto era certamente di poter conoscere Uwera, la bambina adottata a distanza nel 2004. Incontrarla e poterci parlare l’ha resa una figura più concreta: prima il nostro rapporto si riduceva a un mero aiuto mensile; adesso c’è una persona in carne ed ossa alla quale pensare. Quello che non avevo previsto sono i bambini. Mi hanno commosso soprattutto il primo giorno, quello di maggiore impatto. Il loro sguardo, il loro bisogno di essere amati – credo – questo ha avuto un impatto forte quasi quanto quello di aver incontrato Uwera.

 

Elisabetta (50 anni)

Non aspettandomi nulla, è arrivato tutto. È arrivato un senso della vita che va modificato, quantomeno la mia, rendendola più utile e coerente, cercando di fare qualcosa sia per gli altri, ma anche per me stessa. Dietro questi viaggi c’è sempre la voglia di stare bene, di sentirsi meglio facendo qualcosa per gli altri. La certezza più potente è trasportare quello che ho vissuto a persone che, so già, diranno: “Quando dai dieci e poi arriva cinque”. Adesso risponderò: “Sì, ma almeno quel cinque arriva”.

 

Al ritorno dal loro viaggio in Ruanda, la vita di queste quattro e delle altre diciannove persone che vi hanno preso parte è cambiata. Cambiata per sempre, perché hanno aperto gli occhi su una realtà che, altrimenti, non avrebbero mai nemmeno immaginato.

 

Immagine e testimonianze: Michela Chimenti (sostenitrice di ActionAid e giornalista freelance)