donne in Bangladesh

Il Bangladesh è un Paese messo in ginocchio dalla povertà, dalle malattie, dall’analfabetismo, dai cambiamenti climatici. E dalle disparità di genere. Che cosa significa essere donne in un Paese del genere? È difficile descriverlo. Proprio per questo, abbiamo voluto che fossero le stesse donne a raccontarcelo. A darci queste tre storie, molto diverse tra loro.

1. Shilpy

Shilpy ha abbandonato la scuola quando aveva 8 anni e ha cominciato a lavorare in una fabbrica tessile che ne aveva 12. Ci lavora da allora. Vive, con suo marito Mohammed e due figli Ramjan (11 anni) e Nur Nahur (7 anni), in una baracca con un solo letto.

“Noi lavoratori tessili non eravamo rispettati né in fabbrica, né fuori”, racconta Shilpy. “Siamo abituati a lavorare 14 o 15 ore al giorno, non abbiamo mai avuto alcun congedo per la maternità e spesso veniamo pagati con molto ritardo”.

Il cambiamento. Shilpy frequenta corsi di formazione organizzati nel “Café ActionAid”. Ha imparato quali sono i suoi diritti e come rivendicarli. Adesso, è la leader di un gruppo di donne che lavorano nelle fabbriche tessili e si batte per difendere i loro diritti.

2. Ety

“Il mio nome è Ety Akhtar. Ho 12 anni. Sono nata nel bordello Faridpur Rathkhola. Mia madre si è sempre presa cura di me e non mi ha mai picchiato. Mia madre fa quel tipo di ‘lavoro’ che a me non piace per niente”.

La donna non può lasciare il lavoro perché altrimenti non potrebbe più sfamare le sue due bambine. Ety sembra condannata a fare lo stesso lavoro della madre.

Il cambiamento. ActionAid ha aiutato la piccola Ety. Che adesso vuole studiare, e tanto, per trovarsi un lavoro dignitoso e guadagnare abbastanza per portare la madre via da quell’orribile bordello.

3. Sabita

Il Bangladesh è un Paese devastato ogni anno da violente alluvioni e forti cicloni. Questo, Sabita lo sa molto bene.

“Chi ha vissuto sulla propria pelle un’alluvione o una siccità sa quello che sto dicendo. E sa che in testa si ha un solo pensiero, fare in modo che la prossima volta non accada la stessa cosa. Non avevamo rifugi in caso di cicloni, le strade erano in pessimo stato”.

C’è chi ha deciso di lasciare il villaggio. Invece, Sabita è rimasta e si è rimboccata le maniche.

Il cambiamento. Supportata da ActionAid, Sabita nel 2013 ha seguito un corso di formazione per imparare a guidare la sua comunità e a ridurre rischi e conseguenze durante i disastri naturali. Nel 2013, quando il ciclone Mahasen ha colpito la sua comunità, Sabita ha lavorato ininterrottamente per tre mesi. Salvando tante vite.