24 Giugno 2026 - 
Rohingya nel campo di Cox’s Bazar

Questa volta con Progetto Happiness approfondiamo la storia dei rifugiati Rohingya grazie ad un esclusivo accesso al campo di Cox’s Bazar.

Giuseppe Bertuccio d’Angelo ha raggiunto uno dei luoghi più densamente popolati del mondo. Non si tratta di una città, ma del campo rifugiati più grande del mondo dove vivono più di un milione di persone che sono state costrette a lasciare la loro casa e da anni vivono in condizioni estreme, senza diritti, senza molti dei servizi essenziali e addirittura senza cittadinanza.

Sì, perché la storia dei Rohingya non è solo una storia di migrazione, non è un’emergenza momentanea o una situazione di rifugio in attesa di poter tornare nel proprio Paese. È una storia terribile che affonda le sue radici molto tempo fa, quando un’intera etnia divenne straniera e perseguitata nella sua stessa terra.

Ma cosa vuol dire essere un rifugiato?

Oggi nel mondo ci sono più di 41 milioni di persone che scappano da guerre, violenze e persecuzioni. Ma cosa significa davvero vivere in questa condizione ce lo ha raccontato bene Giuseppe nel suo reportage che vuole documentare attraverso le testimonianze dirette di chi vive questa situazione.

I Rohingya rappresentano un caso ancora più estremo, non sono solo rifugiati ma apolidi, persone senza cittadinanza né status, il cui unico documento al momento è rappresentato da un foglio che attesta la loro residenza nel campo di Cox’s Bazar e che permette loro di avere le razioni di cibo e beni essenziali ed essere contati. Tutto il resto gli è stato portato via, con l’intento di cancellarli durante un evento che l’ONU non ha faticato a definire genocidio.

“Non possiamo capire la vera situazione di un rifugiato a meno che non ci mettiamo nei loro panni”

-Abdul Alim – Head of Humanitarian Programme

Abdul Alim di ActionAid Bangladesh ci racconta di come negli anni ci siano state molte iniziative da parte della comunità internazionale per consentire il rimpatrio dei Rohingya in Myanmar, ma nessuna ha funzionato. I Rohingya, soprattutto i giovani, non vedono nessuna speranza. Non ci sono sogni nei loro occhi e questa situazione li sta portando verso strade per sopravvivere davvero rischiosissime, come il traffico di esseri umani.

L’adolescenza a Cox’s Bazar è difficile e non mancano le gang di ragazzi che si danno alla violenza e alla delinquenza. Per questo ActionAid sta investendo in centri per ragazzi, dove possano incontrarsi, studiare, confrontarsi e sentirsi al sicuro, dove possano crescere per diventare leader della propria comunità ed impegnarsi per essa.

Questa è la storia di Dil che frequenta i centri per i giovani di ActionAid e ci racconta cosa vuol dire per lui:

“Qui possiamo imparare e trovare la forza per emancipare noi stessi e sostenere lo sviluppo e la resilienza della nostra comunità. Se miglioriamo, il mondo se ne accorgerà”

Più del 50% dei rifugiati Rohingya presenti nel campo, sono bambini, la maggior parte nati o cresciuti fin da piccolissimi proprio a Cox’s Bazar. A loro è stata completamente rubata l’infanzia per come la si dovrebbe vivere, sono nati e cresciuti senza un’identità, senza una memoria storica e al momento non c’è alcuna speranza che le cose per loro possano cambiare.

Uno di loro ci racconta di come sia difficile vivere lì: ci sono molti problemi, scoppiano incendi, i ladri rapiscono le persone e rubano i soldi. Non abbiamo niente, solo una casa di tela cerata.

Dall’interno del loro rifugio, caratterizzato da spazi angusti, caldissimi e sporchi, un padre ci riporta tutta la disperazione ma anche la resilienza di un genitore.

“Così cresciamo i nostri bambini, attraverso il dolore e le difficoltà, sperando solo di riuscire in qualche modo a farli diventare buone persone.”

E nel raccontarci tutte le difficoltà quotidiane, ringrazia i Bangladesi che hanno permesso loro almeno di avere un posto dove rifugiarsi e sopravvivere.

Trai bambini, solo una cosa li porta a sorridere mentre parlano della loro vita nel campo. La possibilità di studiare e avere un’istruzione.

Un uomo ha trasformato il suo rifugio in una scuola, e dopo aver imparato l’inglese grazie ad ActionAid, ora lo insegna ai bambini affinché possano avere la possibilità di comunicare con il mondo e con la comunità internazionale.

Anche le condizioni igieniche del campo sono messe a dura prova dal numero di persone e dalla completa mancanza di un sistema di gestione dei rifiuti e delle fogne. L’acqua potabile è un problema gigantesco che affrontiamo creando pozzi d’acqua sicura in luoghi che vengono costantemente ripuliti per evitare il più possibile le contaminazioni e il diffondersi di germi e batteri pericolosissimi per la salute.

Per tutti questi motivi sostenere i nostri progetti vuol dire innanzitutto restare accanto a chi resiste. Dona ora per garantire protezione, istruzione e nuove opportunità a bambini, donne e uomini rifugiati.